Istituto
Italiano di Preistoria e Protostoria /
A tti della XXXII Riunione Scientifica / Alba - 29 settembre - 1 ottobre
1995
A.
BERTONE - S. CARANZANO - L. MANO - P. ROSSI
LA CAVERNA DI FORESTO ED IL BRONZO
ANTICO
NEL BACINO DELLA DORA RIPARIA'
Le indagini degli ultimi quindici anni sul versante interno delle Alpi
Occidentali evidenziano significativi fenomeni di colonizzazione residenziale
tra III e II millennio a.C. in date calibrate. Qui il bacino della Dora
Riparia o valle di Susa è stato selezionato per un progetto organizzato
di ricerca in quanto potenziale asse primario di penetrazione dalla Padania
Occidentale verso i massicci alpini interni ed il solco del Rhone.
In quest'area-campione sono stati indagati tre siti riferibili al Bronzo
Antico che hanno anche consentito la revisione di vecchie scoperte. Tra
questi la caverna di Foresto apre nuove prospettive per valutare l'articolazione
dello stanziamento montano in questa fase culturale e per riflettere sull'entità
e sulla qualità delle influenze esterne sul patrimonio culturale
indigeno.
1. LA CAVERNA DI FORESTO
Il sito di Foresto si pone sul versante sinistro della bassa Valle, a
ca. 720 m s.l.m. sulle pendici del monte Rocciamelone. Qui, in una falesia
di calcari dolomitici triassici, fenomeni di erosione fluviale hanno originato
un'ampia cavità.
Le indagini, avviate nel 1993 dalla Soprintendenza Archeologica del Piemonte,
in collaborazione con il Museo Archeologico di Chiomonte, sono state concentrate
nel settore nord-occidentale della cavità, meno interessato da
fenomeni perturbatori, quali l'intenso percolamento. Esse hanno evidenziato,
al di sotto di una frequentazione sporadica sub-recente del riparo, paleosuperfici
di occupazione Bronzo Antico, nettamente distinte da un livello inferiore
di probabile fase calcolitica.
Per l'Età del Bronzo, anche i complessi ceramici individuano due
fasi distinte (Fig. 2, n. 1): recipienti ovoidali medio-piccoli ad orlo
esoverso, fondo piatto e decorati in prevalenza ad impressioni sul bordo
o su cordoni disposti sotto l'orlo caratterizzano quella più recente
(fase II, in parte decapitata da rimaneggiamenti sub-recenti); mentre
terracotte a morfologia simile, ma con cordoni di norma lisci distinguono
quella più antica (fase I). I dati strati-grafici parrebbero, dunque,
evidenziare un progressivo arricchirsi del repertorio decorativo. Nei
contesti di Foresto appare invece sottodimensionata l'industria litica,
rappresentata unicamente da una lastrina-pendaglio a perforazione biconica
in calcare locale, da una piccola freccia ad alette peduncolata in selce
e da alcune schegge di analogo litotipo.
In linea generale, risulta evidente una notevole affinità, soprattutto
per la fase più recente, con i contesti del Bronzo Antico identificati,
nel bacino della Dora Riparia, a Caselette ed a Chiomonte.
La preponderanza di resti di caprovini rispetto a suini e bovini, associata
all'assenza di strumenti connessi a produzione o trattamento di vegetali
(asce, falcetti e macine), inducono ad ipotizzare una frequentazione di
matrice pastorale del sito, forse stagionale o comunque periodica. La
mobilità del gruppo di Foresto sarebbe confermata, inoltre, dalla
predominanza di terracotte di piccole dimensioni, di forma chiusa e buona
maneggevolezza.
L'occupazione più antica, invece, deve l'ottimo stato di conservazione
alla concrezione stalagmitica che ne ha sigillato il tetto. consiste in
una frequentazione sporadica e gravita su una struttura di combustione
ellissoidale (ca. 105x120 cm: Fig. 4, n. 1).
Essa, con asse principale disposto in direzione Est-Ovest e dunque perfettamente
ortogonale alla parete di fondo del riparo, è costituita da un
muretto a secco delimitante un'area circolare scavata per la profondità
di 20 cm sino a raggiungere il fondo roccioso. Le evidenti tracce di rubefazione
e calcinazione delle pietre di recinto, la presenza di una spessa coltre
di ceneri sia sul fondo che in prossimità dell'apertura frontale,
e la stessa complessità della struttura fanno ipotizzare un suo
utilizzo come fornace per la riduzione di minerale cuprifero (V infra).
L'esiguo materiale associato mostra caratteri tecnologici che potrebbero
essere indizio dell'allogenia di questo gruppo verosimilmente interessato
all'attività estrattiva.
2. IL BRONZO ANTICO NEL BACINO DELLA DORA RIPARIA:
STRATEGIE ECONOMICHE ED INSEDIATIVE
La documentazione sul Bronzo Antico nel bacino della Dora Riparia è
centrata, oltre a Foresto, sul sito di Chiomonte-La Maddalena (terrazzo
fluviale di media valle) e su quello di Caselette (sito perilacustre su
arco morenico di sbocco vallivo). Essa suggerisce affinità culturali
con le vecchie scoperte di Vaie (fondovalle di bassa valle: Bertone, 1987),
di Novaretto (area lacustre di bassa valle) e, probabilmente, di Trana
ed Avigliana (situazione fisica affine a Novaretto: Fozzati, Bertone,
1984). Chiomonte è frequentata senza significative soluzioni di
continuità dalla fine del V millennio e, per la fase qui in esame,
mantiene i caratteri di grande abitato. Quello di Caselette risulta più
contenuto e pertinente ad un solo orizzonte culturale. Di struttura più
incerta, anche gli altri siti sono riferibili ad abitati, mentre non sono
noti contesti di tipo cimiteriale o cerimoniale.
Su questa base, si delineano due tipi di stanziamento: villaggi permanenti
di basso versante ed insediamenti specializzati. Questi ultimi sono bivacchi
di pastori, utilizzati secondo un modello economico ben radicato nella
locale tradizione Saone-Rhène (Gruppo Dora-Chisone-Arc, DCA: Bertone,
1990) e che prevede operazioni di transumanza estiva su piccola scala.
Foresto (come la "Grotte des Balmes" a Sollières, nell'adiacente
Maurienne: Benamour, 1993) assolve in prevalenza questa funzione. Ma Vaie
suggerisce un altro tipo di specializzazione, connesso con la produzione
di asce di pietra levigata, spesso di elevata qualità ergonomica:
per altro si presenta come un'attività superiore al limitato fabbisogno
locale (ad esempio, a Caselette ed a Foresto non sono note asce litiche).
Inoltre le strategie insediative Bronzo Antico rivelano un'ulteriore singolarità
per l'area in esame: essa consiste nell'occupazione iniziale di siti lacustri
o perilacustri fenomeno forse connesso con alcuni aspetti di aridità
che sembrano dominare il bacino della Dora Riparia nel Sub-Boreale.
I dati sulle risorse e sulla natura ed intensità del loro sfruttamento
mostrano l'importanza della componente faunistica. A Foresto (analisi
a cura di P. Valensi, Laboratoire de Préhistoire du Lazaret: Fig.
1) dominano le specie domestiche e le selvatiche si limitano al cervo.
La linea di tendenza si confermerebbe nei siti di fondovalle (Vaie e Trana,
pur con alcune incertezze di collocazione cronologica: Fedele, 1983),
ma con un'inversione nel rapporto bovini/ovicaprini: i primi sarebbero
prevalenti, secondo la logica propria di un allevamento stanziale (Chaix,
1991).
Meno chiaro è il ruolo dell'agricoltura: queste comunità
sono installate su territori a deboli potenzialità pedologiche,
il che suggerirebbe uno scarso interesse per attività agricole.
i:analisi palinologica (G. Oliveto, I.T.A.S. "Dal-masso", Pianezza-TO)
rivela a Caselette una prevalente copertura forestale a querceto misto;
ma dissodamenti sono confermati dalla presenza di noccioli e di essenze
ruderali, come Artemkia ed Urtica. Anche per Foresto, lo studio sui fitoliti
nei sedimenti e, a titolo sperimentale, nella pasta delle terra-cotte
(5. Vicelli, Museo Archeologico di Chiomonte) conferma la presenza di
graminacee coltivate, ma pure l'estrazione di argilla da zone a copertura
forestale. Per altro i contesti evidenziano la scarsità di strumenti
destinati alla produzione e trasformazione di materie prime vegetali:
come le asce, sono trascurabili le lame attribuibili a pratiche messorie,
mentre nella maggioranza dei siti sono assenti macine e macinelli.
3. IL BRONZO ANTICO NELLA DORA RIPARIA: ASPETTI
CRONO - CULTURALI
I dati disponibili per la Valle di Susa sono disomogenei, in quanto riflettono
le diverse epoche e condizioni di rinvenimento. Pertanto qualsiasi analisi
sulle vestigia materiali richiede prudenza nel definire scansioni all'interno
di un generico "Bronzo Antico" (ultimo quarto del III - prima
metà del Il mili. a.C.). Del resto l'assenza di contesti cimiteriali
o cerimoniali contribuisce alla scarsità di elementi a grande valenza
culturale. Così la presenza (e la produzione?) di manufatti in
bronzo si riduce ad un piccolo gruppo di asce a bordi rialzati e tagliente
semicircolare (tipo Langquaid) dallo sbocco della Valle e dall'adiacente
pianura torinese; per di più i rispettivi contesti sono dubbi.
Pertanto, nell'attesa di date radiocarboniche, l'attenzione si sofferma
sulle industrie, soprattutto sui complessi ceramici e sui rapporti tra
la tradizione indigena e le comunità dei bacini del Rhène
e del Po.
Purtroppo anche le relazioni cronologiche e culturali tra le popolazioni
DCA e la ceramica rodano-renana e campaniforme (Gallay, 1986), attestate
sporadicamente nella bassa Valle (Fig. 1), sono incerte. Ma la presenza
del complesso rodano-renano non coincide con dislocazioni di popoli: in
effetti l'insieme dei manufatti dei siti Bronzo Antico rivela caratteri
propri del fondo DCA, a partire dalla persistente vocazione autarchica:
infatti le materie prime allogene, come la selce, sono poco utilizzate;
inoltre si diffonde la tecnica di produzione di recipienti con colombini,
che consente l'uso di argille poco plastiche e, quindi, l'indipendenza
da fonti di materia prima di buona qualità (comunicazione Centro
di Archeologia Sperimentale "Torino"); infine si è già
rilevato lo scarso interesse per la metallurgia, mentre tra le asce in
pietra di Vaie è evidente anche l'imitazione di prototipi in metallo.
Anche la terracotta mostra l'evoluzione del repertorio formale DCA, pur
con caratteri stilistici che suggeriscono nuovi stimoli, contatti forse
diretti con gruppi esterni: a tal proposito i confronti interregionali
sono possibili con l'ambiente transalpino piuttosto che con quello poladiano.
Si esaurisco-no le grandi giare a cordoni multipli e fondo convesso, i
recipienti ovoidi di medio-piccole dimensioni assumono il fondo piatto
e prese spesso inclinate verso l'alto o occasionali anse a nastro. Viceversa
non sono note anse a gomito di ambiente poladiano (escluso un isolato
reperto di Chiomonte: Fig. 3, n. 1) o morfologie a maggiore diffusione
interculturale come tazze a carena od a corpo arrotondato.
Inoltre i recipienti valsusini sono poco ornati, con bordi e cordoni impressi
ad organizzazione poco complessa. Del resto la sequenza di Foresto mostrerebbe
che l'introduzione dei motivi impressi è graduale. Si enuclea da
questo schema il complesso di Vaie (Fig. 2, n. 2), dominato da recipienti
medio-grandi con cordoni impressi variamente articolati: ma anche in questo
caso il richiamo più stringente è alla sintassi decorativa
di contesti rodaniani (in particolare Morges/Roseaux: Corboud, Pugin,
1992; Gallay, 1972/73).
4. IL BRONZO ANTICO NEL PIEMONTE OCCIDENTALE
Nel Piemonte occidentale, i siti Bronzo Antico sono oggi scarsi e in genere
poveri di dati materiali. Essi non permettono ancora, quindi, di comprendere
strategie insediative, volte al possibile sfruttamento differenziato delle
risorse territoriali.
In ambito perialpino ed alpino tali osservazioni si traducono, al di là
delle problematiche sulla sincronizzazione dei reperti, nella difficoltà
di cogliere i rapporti, funzionali alle economie come per il bacino della
Dora Riparia, tra abitati permanenti e stagionali di quota; ci illumina
sul monitoraggio di giacimenti cupriferi per una metallurgia forse autarchica
e lievemente connotata, non certo complementare a pastorizie semi-transumanti.
Avvalorano l'ipotesi di attività estrattive gli studi sulle Alpi
francesi centro-meridionali (Mohen, Eluère, 1991). Del resto in
continuità geologica con esse, in Piemonte e in specie tra le valli
Varaita e Tanaro, affiorano, da una sommaria analisi distributiva, minerali
di rame utilizzabili da tecnologie del Bronzo Antico.
Per la tipicità dei reperti metallici, riferibili al Br.A1 anche
se sporadici e per lo più decontestualizzati, alcuni autori suggeriscono
una caratterizzazione dell'Italia nord-occidentale, non avulsa da strette
influenze rodaniane leggibili negli aspetti vascolari. Il riferimento
è al Piemonte di ponente che sembra differenziarsi da quello orientale
privilegiante probabilmente canali elvetico-ticinesi. Inoltre tali reperti
metallici, in sostanza asce che evocano i tipi Neyruz e Salez, informano
sugli ambienti occupati allo sbocco delle valli o alla loro periferia.
Essi toccano sia aree lacustri sia direttrici fluviali più o meno
importanti che permettevano e di godere di terreni pedologicamente ottimali
alle colture e all'allevamento e di controllare vie di comunicazione commerciale
(Gambari, 1995).
Riesaminando gli ambienti di quota, più scavi in cavità
delle Alpi Liguri (Barker et aL 1990) e Marittime francesi mostrano panorami
complessi e dinamici per il nostro periodo (Fedele, 1992). Invece, per
il versante piemontese al confine di quelli richiamati, dotato di opportunità
di indagine potenzialmente straordinarie, si dispone di insufficienti
informazioni. Nonostante le difficoltà di individuare parametri
culturali per interpretare le evoluzioni che dall'età del Rame
vanno al Bronzo Antico, la montagna sembra comunque largamente percorsa,
lungo vettori segnati da millenni, e sfruttata. I pochi reperti ceramici,
con morfologie semplici e maneggevoli, richiamano modelli del bacino del
Rhone; gli strumenti in selce esotica sono scarsi e in parte surrogati
da quarzo ialino.
I riti sepolcrali non sono finora documentati; uniche testimonianze accertate,
ma già nel basso Piemonte orientale, sono le sepolture di Alba
attribuite agli inizi del Bronzo Antico.
5. SPECIFICITÀ DEL BRONZO ANTICO NEL
PIEMONTE OCCIDENTALE
Il quadro tracciato, pur limitato dalle esigenze di spazio, conferma la
Valle di Susa come rappresentativa dell'arco alpino e perialpino occidentale
anche per il segmento crono-culturale in esame. Certi tratti del repertorio
formale delle terracotte, la diffusione della tecnica di montaggio per
colombini, la produzione specializzata di asce di pietra levigata forse
destinate allo scambio, la transumanza, la prospezione di filoni cupriferi
e l'accentuata agibilità dei massicci alpini interni in corrispondenza
con un clima caldo-secco suggeriscono una consistente mobilità
di gruppi: mobilità che, in base ai contesti, non altera il tessuto
culturale indigeno e si orienta soprattutto verso il solco del Rhòne,
nella prospettiva di un sistematico sfruttamento delle risorse e degli
ambienti montani.
A titolo preliminare, per tentare di materializzare questa impressione,
si propone un'analisi delle affinità tra insiemi ceramici di un
campione di siti alpini e delle piane padana e del Rhone (Fig. 3). Scelti
13 abitati in corso di studio a cura degli scriventi o il cui materiale
pubblicato è significativo, sono stati definiti 42 parametri, riferiti
alla morfologia, alle dimensioni ed all'organizzazione di decorazioni
e prese. Affinità e differenze tra gli insiemi ceramici definiscono
una significativa variabilità fra i siti e soprattutto grandi settori
geografici (Alpi Occidentali e bacino padano centro-orientale). Va rilevato,
però, che i siti in questione occupano ecosistemi differenti, non
sono del tutto sincroni ed assolvono diverse funzioni: il che può
condizionare questo confronto tipologico. In tal senso, assume un particolare
significato l'affinità tra Foresto e M.te Bego, ambedue abitati
temporanei di medio-alta montagna.
Sempre sulle terracotte, si osservano motivi che si svilupperanno nella
"Cultura di Viverone" (Bronzo Medio della Pianura Padana Occidentale),
come le scanalature larghe e le coppelle a centro rilevato (Fig. 2, n.
3). Non è forse priva di significato la loro associazione con l'ansa
a gomito, riscontrata proprio nel sito di Viverone-Emissario (Fig. 3,
n. 2).
Infine è interessante che i contorni dell'area esaminata siano
definiti da due assi interalpini (bacino del Tanaro - Liguria Occidentale
e Valle d'Aosta
- Vallese), su cui si concentra il piccolo gruppo di siti a recipienti
campaniformi ed a successive manifestazioni Bronzo Antico a carattere
interculturale delle Alpi Occidentali. Viceversa la Valle di Susa non
sembra esprimere in questa fase flussi così significativi di idee
e di materiali.