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A che cosa serve l'archeologia? E' un qualcosa di utile in questi nostri giorni inquieti, dove certezze e confini sembrano spostarsi, o è un puro esercizio, un ritrarsi dalla realtà? Sono convinto che sia importante, anzi vitale; è un qualcosa di molto attuale, concretamente calato nella realtà, vorrei aggiungere anche quotidiana. L'archeologia ha a che fare con la nostra parte più intima, quella che ci portiamo dentro, anche se spesso non ne siamo consapevoli. In che senso? Scavare la terra e riportare in luce una parte del passato, del sepolto, di quello che non è più ma che influenza ed indirizza il presente, è un atto che aumenta la consapevolezza di sé. Anche se sembra sbiadito e distante, il passato, antico o recente, è quello che determina il presente: la nostra società, i nostri paesaggi (compresi quelli mentali e mitici), le nostre città, le nostre case e i nostri modi di essere, di vivere e di morire sono come sono e dove sono perché esprimono l'ultimo anello di una catena ininterrotta nel tempo, di vite dipendenti l'una dall'altra. D'altronde il concetto di tempo è relativo: soltanto circa millecinquecento generazioni traducono i 50 mila anni che ci separano dall'espansione che portò la nostra forma umana moderna "sapiente" fuori dalla culla africana, negli altri continenti del globo. Tutto questo a livello comunitario, sociale, ha sicuramente un suo peso, ma per quanto riguarda l'individuo? L'individuo è parte costituente della società, da sempre, e quindi il fare archeologia è anche un fare che si rivolge al singolo, potenzialmente ad ogni singolo. Ma, se il sepolto che si indaga con le discipline archeologiche è un sepolto collettivo, la disciplina che direttamente indaga il sepolto individuale è l'analisi del profondo. Dunque scavare la storia dell'individuo, chiarire il suo sepolto per portare alla coscienza il sé, obiettivo dell'analisi, appare perfettamente in omologia con l'indagine archeologica: nei due casi si tratta, come dice Andrea Carandini "di storicizzare quanto è sepolto nell'anima e nella terra". Penso che in questo senso una società ed un individuo consapevoli di sé non possano che essere passati attraverso un meticoloso scavo stratigrafico, per recuperare pienamente ed attivamente la propria storia. A tale proposito ricordo sempre una frase di Shakespeare che, per la sua bellezza e concisione, illumina come un lampo la comprensione. Ne La tempesta (I. II) , Prospero, all'interno della sua caverna meravigliosa sull'isola sperduta, chiede infatti alla giovane figlia Miranda di sforzarsi a ricordare i primi anni dell'infanzia passati alla corte di Milano: "E che altro vedi nel buio passato e nell'abisso del tempo? Se hai memoria di quegli anni puoi anche ricordare come sei giunta qui". Dunque, il punto è ricordare come si è giunti qui… Esatto, ritorniamo al punto iniziale. Il ricordo è comprensione. Comprendere il nostro passato è la chiave per capire il presente, noi stessi e le relazioni che intessiamo incessantemente con l'ambiente, gli esseri viventi e gli altri esseri umani, di qualsiasi sesso, colore della pelle, cultura e religione. L'operato della Schliemann & Carter come si pone in relazione a quest'ottica? Io e i miei colleghi crediamo fermamente che il mondo della ricerca debba incessantemente dialogare con la collettività, comunicare alla società il risultato dei propri studi, assolvendo quindi alla sua funzione che prima abbiamo evidenziato: farsi portavoce diretto della memoria collettiva. I ricercatori che non sono propensi a divulgare il loro lavoro rendono inutili i propri sforzi e vana la vera responsabilità dell'archeologia. Niente a che vedere , così, con i viaggi organizzati dei grandi tour operator, dove dominano i grandi numeri, dove i viaggiatori diventano turisti ed il servizio necessariamente spersonalizzato… Direi proprio di no, semmai l'esatto contrario: noi non ci riteniamo un'impresa commerciale anche se ne abbiamo la forma. Siamo semplicemente un'impresa culturale. Per noi, come per Pessoa "i viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo è ciò che siamo".
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